Guarini. Cappella della Sindone

Dopo il terribile incendio dell’aprile 1997 e le primissime operazioni emergenziali di messa in sicurezza effettuate dai vigili del fuoco nei giorni immediatamente successivi, è emersa la necessità di eseguire indagini approfondite (il cosiddetto “cantiere della conoscenza”).

Attenzione centrale è stata dedicata alla diagnosi dello “stato di salute” dei blocchi di marmo (più di 5000…), schedati e valutati singolarmente nell’alterazione subita a seguito dell’incendio e nelle capacità superstiti di reggere, che sono state per quanto possibile salvaguardate. Gli elementi troppo degradati per essere consolidati e rafforzati in situ sono stati sostituiti rispettando il più possibile la struttura originaria.

È in questa fase che la riflessione metodologica porta, dopo lungo dibattito, a stabilire l’obiettivo di “restituire alla collettività la Cappella, non come testimonianza lacerata di una grande architettura, ma come edificio da godere”, come scriveva nel 2008 Mirella Macera, della Direzione Regionale, attraverso un completo ripristino, nel rispetto delle tecniche e dei materiali utilizzati da Guarini nel Seicento, così da restituire la visione originale della Cappella anche nella sua componente estetica.

“Un restauro riabilitativo, non una ricostruzione”, come ha ricordato Luisa Papotti, allora Soprintendente Archeologia, Belle Arti e Paesaggio per la Città metropolitana di Torino in occasione della riapertura della cappella nel settembre 2018.

In assenza di materiali documentari o grafici risalenti a Guarini stesso, è stato svelato il singolare progetto della Cupola, con un complesso incastro di conci di marmo nero e grigio di Frabosa, con incatenamenti in ferro che tengono insieme la parte muraria e quella di marmo. A livello struttrale, nel “guscio” interno la pietra e la muratura costituiscono un tutt’uno, in cui tuttavia prevale la funzione portante dovuta ai conci di marmo (congiuntamente al sistema di elementi metallici), che diviene decisiva a mano a mano che si procede verso la sommità del cestello.

Già la denominazione della pietra merita qualche precisazione per distinguere tra materiali diversi che non di rado vengono indicati genericamente come “marmo”.

“La parola Lapis pei latini era generica, com’è per noi la parola pietra… Per Marmora poi intendevano tutte le pietre di decorazione e di ornato, che tagliate prendessero un bel pulimento (lucidatura). Per tale principio confondevano tutte le sostanze, e indistintamente chiamavano marmi tanto le terre calcari, quanto le serpentine, i gessi, le basalti, i graniti e qualunque altra pietra: ma i mineralogi riconoscono per marmi quelle sole pietre che sono formate di carbonato di calce e che fanno effervescenza cogli acidi” (Faustino Corsi, “Delle pietre antiche”, Roma, 1845).

Il carbonato di calcio, costituente principale del marmo, come del calcare, è bianco e poco solubile in acqua, capace di conferire ai materiali durabilità e stabilità rispetto alle sollecitazioni ambientali. Tuttavia, esso presenta alcune debolezze. Una, ricordata sopra, è la sua sensibilità all’azione degli acidi che lo dissolvono facendolo “friggere” in seguito allo sviluppo di anidride carbonica. In secondo luogo, il carbonato di calcio, quando viene riscaldato, si decompone intorno agli 800° C, liberando anidride carbonica e trasformandosi nella cosiddetta calce viva. Questo processo è alla base della produzione di calce usata nelle costruzioni, usando come materiali di partenza pietre non molto pregiate di natura calcarea. È facile comprendere, di conseguenza, le radicali trasformazioni cui viene sottoposto un blocco di marmo in presenza di un incendio.

All’effetto devastante dell’elevata temperatura va aggiunto un aumento di volume che caratterizza i materiali quando vengono riscaldati. I blocchi di marmo a contatto con le fiamme hanno subito dilatazione termica con conseguenti tensioni, frammentazione e fratture. In particolare il marmo di Frabosa, di colore nero con venature bianche, dunque di composizione non omogenea, può subire dilatazione differenziata nelle parti di colore diverso e già prima del restauro degli anni ‘90 si era osservato che presentava una certa suscettibilità al degrado.

La vampata dell’incendio dell’aprile 1997 ha letteralmente “cotto” la pietra, che ha perso consistenza nella parte più esterna e ha assunto toni grigi e rossastri sulla superficie. Le tensioni dovute alla dilatazione termica ne hanno compromesso la tenuta per cui i conci risultavano  fratturati in tutto il loro spessore, con riduzione significativa delle loro capacità portanti.

La sostituzione (previa riapertura per l’occasione di una cava di marmo a Frabosa) dei 1.550 elementi gravemente danneggiati e il consolidamento dei restanti 4 mila, seguita da integrazioni delle lacune e restituzione anche estetica della superficie lapidea, suscita oggi in chi varca la soglia della Cappella commozione e meraviglia.