La prima raffigurazione scultorea del presepe, secondo la tradizione opera di San Francesco a Greccio (Rieti) nel 1223, è quella che Arnolfo di Cambio realizzò verso il 1290 per la Basilica romana di Santa Maria Maggiore, alla metà del VII intitolata Santa Maria in Praesepium, dopo l’edificazione di un Oratorio del Presepe, per accogliere le sacre reliquie, la mangiatoia e le fasce, giunte da Betlemme. Il primo pontefice francescano Nicolò IV nel 1290 ne affidò la risistemazione al rinomato scultore Arnolfo di Cambio e, nell’impossibilità di raggiungere la Terra Santa, questo luogo assunse per l’Occidente cristiano il significato di una “Seconda Betlemme”. Quando il futuro papa francescano Sisto V verso il 1585 incaricò il suo architetto Domenico Fontana di costruire una cappella Sistina, le sculture vennero spostate in una cripta e collocate in un angusto “nicchio quadro” alle spalle dell’altare.
Il Presepe, realizzato in marmo bianco, comprende, oltre alla scultura di Maria con il Bimbo, san Giuseppe, le teste del bue e dell’asino, un Magio orante inginocchiato e, in un unico blocco, le figure di due Magi in piedi. Esso mette insieme i due distinti episodi evangelici della Natività e dell’Epifania, secondo i caratteri tipici già di alcuni sarcofagi paleocristiani. Anche se alla fine del Duecento erano già diffuse le raffigurazioni della Natività e dell’Adorazione dei Magi, questa opera può essere considerata la più antica antica rappresentazione di un presepe. I personaggi erano eseguiti secondo il cosiddetto “criterio di visibilità”, con superfici lucidate e rifinite solo sul davanti, con l’unica eccezione della Madonna col Bambino, presumibilmente collocata al centro.
Nel restauro del 2005 il gruppo è stato smurato dalla cripta e sottoposto ad accurata analisi delle tracce di lavorazione, per ricostruirne l’originaria collocazione e valutare l’ipotesi di un intervento di rilavorazione a fine Cinquecento che ne avrebbe alterato la conformazione originale. La Madonna di Arnolfo, ritenuta perduta e sostituita da una scultura posteriore, ha mostrato alcune caratteristiche inusuali nella tecnica esecutiva e nel trattamento delle superficie. In particolare, i panneggi sui fianchi e sul retro mostrano superfici accuratamente rifinite riconducibili allo stile duecentesco, del tutto diverse rispetto al lato frontale, per cui si potrebbe ipotizzare che non si tratti di un’opera cinquecentesca, ma piuttosto di una scultura più antica, forse quella originaria, aggiornata nel tardo Cinquecento con la parziale rilavorazione del fronte.
Nel 2020 il gruppo è stato riposizionato nella Cappella Sistina, all’altare di San Girolamo, molto legato a Betlemme in quanto vi trascorse gli ultimi decenni della sua vita con una ricomposizione che non mira a riprodurre quella originaria, a noi non nota, ma che vuole valorizzare le cinque sculture come una preziosa raffigurazione dell’Incarnazione di Gesù.