{"id":388,"date":"2025-05-23T15:55:39","date_gmt":"2025-05-23T15:55:39","guid":{"rendered":"https:\/\/www.lucianaruatta.com\/progetti\/?p=388"},"modified":"2025-10-18T13:07:53","modified_gmt":"2025-10-18T13:07:53","slug":"maesta-di-cimabue","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/www.lucianaruatta.com\/progetti\/index.php\/2025\/05\/23\/maesta-di-cimabue\/","title":{"rendered":"Maest\u00e0 di Cimabue"},"content":{"rendered":"\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Organizzare una mostra su Cenni di Pepe, detto Cimabue (1240-1300 circa), \u00e8 una sfida non da poco. Molte delle sue opere pi\u00f9 significative &#8211; come gli affreschi di San Francesco ad Assisi, la grande Maest\u00e0 oggi agli Uffizi,&nbsp; i Crocifissi di Arezzo e Firenze &#8211; non possono essere spostati; le informazioni sul suo percorso pittorico, poi, sono scarse. Come sottolinea il curatore della mostra Revoir Cimabue \u2013 Aux origines de la peinture italienne (Mus\u00e9e du Louvre fino al 12 maggio 2025) Thomas Bohl, l\u2019intento \u00e8 di far emergere il suo ruolo determinante nell\u2019elaborazione di nuove forme espressive tra Due e Trecento, attraverso una panoramica dell\u2019arte in Toscana nel XIII secolo, attorno al restauro appena concluso di due sue opere: la Maest\u00e0 e la piccola tavola raffigurante la Derisione di Cristo, scoperta in Francia nel 2019 e acquisita dal Louvre. La grande croce dipinta di Giunta Pisano, dal Museo Nazionale di San Matteo, testimonia l\u2019importanza del contesto pisano per una lettura originale e rinnovata dello stile bizantino. Lo straordinario incrocio di tre artisti,&nbsp; il maestro Cimabue, il giovane Giotto e un giovane pittore senese spostatosi a Firenze, Duccio&nbsp; di Buoninsegna,&nbsp; \u00e8 testimoniato in mostra da una serie di opere che consentono confronti inediti. La stretta relazione tra questi artisti \u00e8 confermata dal fatto che la paternit\u00e0 di alcune opere \u00e8 stata \u201cscambiata\u201d e, in alcuni casi, si \u00e8 esitato prima di giungere ad un\u2019attribuzione certa. Cos\u00ec la Madonna Gualino, prestata alla mostra dai Musei Reali di Torino, originariamente attribuita a Duccio, \u00e8 ora ritenuta da diversi studiosi piuttosto ascrivibile a Cimabue.&nbsp;<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">I versi di Dante del canto XI del Purgatorio: \u201cCredette Cimabue ne la pittura\/ tener lo campo, e ora ha Giotto il grido,\/ s\u00ec che la fama di colui \u00e8 scura\u201d, sovente interpretati come confronto tra un Cimabue conservatore e un Giotto innovatore, non rendono ragione della grande novit\u00e0 inaugurata da Cimabue. Come sottolineava Marco Ciatti, responsabile del settore Restauro dipinti e Sovrintendente dell\u2019Opificio delle Pietre Dure di Firenze, scomparso nel 2024, questi artisti innovano radicalmente la tecnica bizantina, riducendo la fluidit\u00e0 della tempera per ottenere stesure a singole pennellate e passaggi di tono. Altra novit\u00e0 sono i fondi cromatici, completati con velature \u201cleggere\u201d, come il verde che prepara gli incarnati, e il bolo rosso sottostante la doratura, un tempo eseguita direttamente sulla preparazione.&nbsp;&nbsp;<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Il restauro di un\u2019opera imponente (4,27 x 2,8 m) come la Maest\u00e0 rappresenta un\u2019occasione privilegiata per precisare le novit\u00e0 introdotte da Cimabue a livello di realismo iconografico (come la mano del bambino che stringe in modo evidente il rotolo, o i drappi a imitazione di veri tessuti orientali, con iscrizioni simili a quelle autentiche), ma soprattutto per accrescere la conoscenza dei materiali e della tecnica pittorica, grazie alle indagini diagnostiche e alle informazioni sulla materia del dipinto, mediate dalle \u201csensazioni\u201d delle restauratrici, qui un\u2019\u00e9quipe&nbsp; italo &#8211; francese che suona molto \u201citaliana\u201d, composta da Claudia Sindaco, Rosaria Motta ed Emanuela Bonaccini. La Maest\u00e0 fu portata al Louvre nel 1813 per decisione di Vivant Denon su incarico di Napoleone, congiuntamente ad un\u2019altra opera commissionata per la stessa chiesa di San Francesco a Pisa, la tavola di Giotto con San Francesco che riceve le stigmate.La Maest\u00e0 necessitava di un intervento per varie ragioni: le stuccature di met\u00e0 XIX secolo per unire i vari elementi lignei avevano perso stabilit\u00e0. Inoltre, l\u2019opera era stata oggetto di numerose verniciature, la cui alterazione ha finito per modificare radicalmente la percezione cromatica ed estetica dell\u2019opera. La pregevole fascia rossa decorata con caratteri pseudoepigrafici era stata coperta con uno strato scuro e i medaglioni della cornice risultavano pesantemente ridipinti nonch\u00e9 poco leggibili. Al 1845 risale un intervento molto invasivo sul supporto, con l\u2019applicazione di una parchettatura posteriore che non \u00e8 pi\u00f9 possibile rimuovere. La radiografia X e il restauro del supporto ligneo hanno consentito di ricostruire la struttura originaria, ottenuta assemblando sette assi di pioppo rinforzate sul retro da due traverse inchiodate in doppia diagonale. Tale sistemazione del retro, non&nbsp; frequente in opere di grandi dimensioni, \u00e8 presente anche sulle Stimmate di San Francesco di Giotto. Con grande suggestione, la mostra accosta le due opere permettendo, se le si osserva insieme dal retro, di immaginare la costruzione del supporto della Maest\u00e0 prima dell\u2019intervento ottocentesco. A Emanuela Bonaccini abbiamo chiesto di indicarci i maggiori elementi di novit\u00e0 che il restauro ha riportato alla luce. Andr\u00e0 rivista l\u2019idea consolidata&nbsp; di un Cimabue dallo stile ombroso e drammatico, dopo la pulitura rivelatosi un artista amante dei colori luminosi e sgargianti. I medaglioni sul bordo della cornice che raffigurano con finezza numerosi personaggi biblici, hanno ritrovato una gamma cromatica ricca e un&#8217;ampia variet\u00e0 di espressioni del volto. Di altissimo interesse \u00e8 l\u2019uso diffuso e vario di iscrizioni e pseudo-iscrizioni che testimoniano lo stretto contatto con il mondo islamico, in particolare grazie ai tessuti orientali che circolavano in Toscana all\u2019epoca; in particolare, la fascia perimetrale di caratteri pseudoarabi&nbsp; di colore rosso, presente anche in numerose altre opere, tra cui le Stimmate di Giotto e la grande croce dipinta, sempre di Giotto, di Santa Maria Novella a Firenze. La singolare tecnica esecutiva, descritta per la prima volta in occasione del restauro di quest\u2019ultima alcuni anni fa, \u00e8 stata qui confermata dalle indagini diagnostiche. Si tratta di una ricetta, rinvenuta anche in una fonte del X secolo, la <em>Mappae Clavicula<\/em>, per ottenere un amalgama, una miscela fluida, di mercurio e stagno simile a un inchiostro, con cui tracciare i caratteri. Il fondo rosso \u00e8 reso con una lacca, un pigmento di natura organica preparato artificialmente e caratterizzato da una maggiore trasparenza.<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>Organizzare una mostra su Cenni di Pepe, detto Cimabue (1240-1300 circa), \u00e8 una sfida non da poco. 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