Basilica di San Francesco ad Assisi – Artisti, tecniche, restauri

La decorazione pittorica della Basilica di San Francesco ad Assisi – comprendente due basiliche, quella Superiore e quella Inferiore – rappresenta senza dubbio uno dei cantieri più significativi del Duecento, in cui intervennero numerosi artisti. In primo luogo il maestro di san Francesco a cui la Galleria Nazionale dell’Umbria di Perugia ha dedicato una mostra (L’enigma del maestro di San Francesco, fino al 9 giugno 2024). Poi, molti altri, tra cui, Simone Martini, il giovane Giotto, Pietro Cavallini e il celeberrimo Cimabue. Quest’ultimo eseguì nella Basilica Inferiore una Maestà (Madonna in trono) con San Francesco, nella Basilica Superiore gli affreschi del transetto e dell’abside tra cui spiccano due Crocifissioni. In questa area della Basilica si osserva un fenomeno di degrado che altera in modo radicale gli equilibri cromatici, trasformando zone originariamente bianche in marroni-brune. Il fenomeno è particolarmente evidente nella Crocifissione del transetto sinistro, una delle scene più importanti, concordemente attribuita al maestro. Quando Giorgio Vasari la vede nel Cinquecento osserva: «La quale opera veramente grandissima e ricca e benissimo condotta, dovette, a mio giudizio, fare in que’ tempi stupire il mondo, … a me parve bellissima, pensando come in tante tenebre potesse veder Cimabue tanto lume» a conferma che l’inscurimento era già visibile. Si tratta del cosiddetto annerimento della biacca (o bianco piombo), un pigmento usato nella storia della pittura e anche per usi civili (ad esempio per intonacare i muri…) dall’antichità fino all’Ottocento, poi sostituito per motivi di tossicità. Il bianco piombo (chimicamente, carbonato basico di piombo) è un pigmento sintetico, che non viene prelevato in natura, ma da sempre preparato attraverso un procedimento chimico descritto già dalle fonti antiche come Plinio e Vitruvio. Come abbiamo detto, in determinate condizioni esso può degradarsi a marrone e nero. Ciò può essere dovuto alla formazione di solfuro di piombo (formula chimica PbS) nero, per interazione del pigmento bianco con inquinanti atmosferici, oppure per la compresenza nella stessa stesura pittorica di un pigmento a base di solfuro, incompatibile con la biacca. Nell’affresco, pittura eseguita su intonaco ancora umido, per effetto dell’umidità è più frequente che si verifichi un fenomeno di ossidazione con formazione di biossido di piombo (formula PbO2), marrone scuro. Esistono trattamenti per “schiarire” nuovamente le zone annerite ma al giorno d’oggi si applicano raramente.

Nella Basilica inferiore di San Francesco ad Assisi, la cosiddetta Maestà di Cimabue, che comprende anche una delle più antiche e fedeli raffigurazioni di San Francesco, è un affresco realizzato nel transetto intorno al 1285-90, unanimemente ritenuta opera del maestro. Lo storico dell’arte Luciano Bellosi la definì «un enorme disegno scolorito», evidenziandone lo stato di conservazione precario che non impediva, tuttavia, di cogliere «il grande respiro di questa composizione e la nuova fluidità che la caratterizza». Oltre alle problematiche ambientali legate ai numerosissimi visitatori, l’opera era stata oggetto lungo i secoli di riprese e ridipinture, con sovrammissioni particolarmente significative nei restauri ottocenteschi e, più recentemente, applicazione di un protettivo superficiale di natura polimerica che con il tempo aveva alterato in modo radicale la superficie, rendendola lucida e ingiallita. La tecnica di Cimabue, con finiture a secco al di sopra della pittura eseguita a fresco, più durevole all’invecchiamento, ha contribuito ad accrescerne la fragilità e il degrado, rendendo necessario, dopo 50 anni dall’ultimo restauro, un nuovo intervento. Questo è stato realizzato nel corso del 2023 dalla ditta Tecnireco di Spoleto, sotto la direzione del capo-restauratore del Sacro Convento Sergio Fusetti e la sorveglianza della Soprintendenza Archeologia, Belle Arti e Paesaggio dell’Umbria, grazie a un generoso contributo della casa automobilistica Ferrari. La presentazione del restauro, accompagnata dallo svelamento dell’opera, ha fatto riemergere la luminosità della superficie pittorica e delle dorature, rese ormai invisibili dallo strato di sporco, restituite da un accuratissimo lavoro pulitura, spesso effettuato sotto ingrandimento. Le indagini diagnostiche non invasive basate sull’interazioni di varie radiazioni, come i raggi X e gli infrarossi, con la materia pittorica, hanno consentito di restituire uniformità al saio della figura di Francesco e confermato l’integrità originaria, ascrivibile a Cimabue del volto del santo, “liberato” da aggiunte ottocentesche in occasione del restauro effettuato dall’Istituto Centrale negli anni ‘70. Un progetto di manutenzione con spolveratura annuale, operazione semplicissima ma raramente praticata dopo i restauri, fa ben sperare per il futuro.