Santa Sofia. Istanbul

La Basilica di Santa Sophia a Istanbul, vertice e paradigma dell’architettura cristiana orientale, rappresenta
indubbiamente un unicum senza eguali. In essa dal V all’XI secolo ha pregato la chiesa indivisa, poi fino al
XV secolo la chiesa d’Oriente, quindi fino al XX secolo – il primo febbraio 1953 è stata trasformata in museo – è appartenuta ai fedeli di Allah.

L’edificio attuale, tornato ad essere moschea recentemente, unisce elementi bizantini e islamici armoniosamente uniti e si propone come luogo di contemplazione comune a tutti, come testimoniato dal suo inserimento nei beni riconosciuti dall’Unesco Patrimonio dell’Umanità.
Dedicata alla Santa Sapienza divina, lungo i secoli da sempre desta l’ammirazione di chi la contempla. Gli
autori al tempo della sua costruzione la magnificano: «Spettacolo di suprema bellezza… Tanto trabocca di
luce e i raggi del sole vi scintillano, che il sito non si direbbe illuminato esternamente dal sole, semmai che
la luminosità vi gemini intrinseca», (Procopio di Cesarea, 550 circa).

Il poeta greco Paolo Silenziario, dopo i restauri della cupola crollata per il terremoto del 558, esaltava la bellezza dei marmi dove «su lastre quadrate o ottagonali, vedrai le venature riunite in un decoro: connesse in tal modo le lastre imitano la
bellezza di immagini viventi» In effetti l’imperatore, per sottolineare la forza simbolica del potere imperiale,
aveva fatto venire pietre pregiatissime da tutto l’impero: colonne dal tempio di Artemide di Efeso, porfido
egiziano, marmo verde dalla Tessaglia, e molte altre. La combinazione armoniosa di una pianta centrale e di
una struttura basilicale culmina in un grande spazio centrale coperto dalla cupola – audace esperimento di
statica – da cui si origina ogni forma, luce, colore. A partire dal IX secolo si aggiungono le prime decorazioni
figurative mosaicate: il Pantocratore circondato da una moltitudine di angeli, la Vergine in trono; poi (1250
circa) nel matroneo sud, la straordinaria Deesis con la Vergine, Cristo, San Giovanni Battista, solo
parzialmente conservata.

Anche gli Ottomani non rimasero indifferenti al suo fascino. «O sufi, se cerchi il Paradiso, Ayasofia del
Paradiso è sommo cielo». Così si esprime il cronista Tursun Bey, testimone della conquista di Costantinopoli
nel 1453, sottolineando che la cupola «rivendica eguaglianza con le Nove Volte celesti», e probabilmente
nessun ingegnere contemporaneo sarebbe stato in grado di replicarla. Quando viene trasformato in
moschea, l’edificio era in pessimo stato; il sultano ne ordinò la pulizia e la riqualificazione, aggiungendo
alcuni elementi utili alla sua nuova funzione:, come il miḥrāb orientato verso la Mecca. Un secolo dopo,
l’edificio iniziò a mostrare nuovi segni di cedimento e venne rinforzato con elementi strutturali esterni ad
opera del grande architetto ottomano Sinan, che aggiunse anche due minareti.

Nell’Ottocento, essendo l’edificio ancora fatiscente e fragile, il sultano Abdülmecid I avviò un vero e proprio
intervento di restauro, sotto la direzione dell’architetto ticinese Gaspare Fossati, assistito dal fratello
Giuseppe, che in Turchia godevano di ottima fama per vari lavori ben eseguiti, tra cui la costruzione
dell’ambasciata di Russia a Istanbul.
Tra il 1847 e il 1849 essi procedettero a un consolidamento statico della cupola e delle volte; quindi, a una
ripulitura delle superfici lapidee e musive degli interni e a una ridecorazione delle superfici. I mosaici
bizantini superstiti vennero scoperti e poi nuovamente ricoperti con uno strato di scialbo, per rispetto della
sensibilità islamica. A partire dagli anni ’40 del Novecento ha inizio un percorso sistematico di studio e
restauro di Hagia Sophia ad opera del Byzantine Institute of the United States insieme al Dumbarton Oaks
Field Committee che ci conduce fino ai nostri giorni, con l’ultimo grande restauro della cupola, condotto dal
Ministero della Cultura e concluso nel 2010, che ha consentito dopo 17 anni di ammirarla nella sua
interezza. Sono stati anche riportati alla luce i volti, prima nascosti, di quattro cherubini nei pennacchi. Da
allora si susseguono altri cantieri di dimensioni più ridotte.