Le vetrate di Chagall a Gerusalemme

La plurisecolare arte della vetrata ha conosciuto una nuova vitalità a partire dalla seconda metà del Novecento, quando grandi artisti (Chagall, Braque, Matisse, Léger, per ricordarne solo alcuni) hanno contribuito al rifacimento di vetrate danneggiate durante la guerra o alla progettazione di nuove realizzazioni in edifici storici, offrendo iconografie originali, nuovi linguaggi e tecniche rinnovate. «La vetrata sembra molto semplice: la materia, la luce… Per me una vetrata è una parete trasparente posta tra il mio cuore e il cuore del mondo», ricorda Marc Chagall, che in più occasioni e contesti si è misurato con l’arte della vetrata (tra gli altri: 1952, Chartres; 1959-68, Metz; 1974, Reims), con la collaborazione dei coniugi Marq, mastri vetrai del famoso atelier Simon di Reims, attivo sin dal XVI secolo.

Alla fine degli anni Cinquanta egli accetta di realizzare le vetrate della sinagoga dell’ospedale Hadassah di Ein Kerem, poco distante da Gerusalemme, su richiesta di Henrietta Szold, che nel 1912 aveva fondato un’organizzazione di donne sioniste d’America. A quel tempo Chagall, che già aveva maturato un vivo interesse per lo studio della Bibbia e per la cultura giudaica, dirà: «La Sinagoga sarà una corona per la ‘Regina dei giudei’ e le finestre saranno i gioielli di tale corona…», con riferimento al nome ‘Hadassah’, in ebraico la regina Ester, che ha salvato dallo sterminio il suo popolo.

Le dodici monumentali vetrate (3,4 metri di altezza per 2,5 di larghezza),  inaugurate il 6 febbraio 1962 alla presenza dell’artista, sono disposte a gruppi di tre sui quattro lati dell’edificio e vengono progressivamente illuminate con il procedere delle ore del giorno, ritmato dalle tre preghiere del mattino, del mezzogiorno e della sera  (Dn 6,11).

Chagall, coadiuvato da Charles Marq e dalla moglie Brigitte Simon, amplia le possibilità espressive della vetrata tradizionale, introducendo alcune peculiarità tecniche. La rigidezza geometrica e vincolante della griglia in piombo viene alleggerita e resa meno “invadente” ricorrendo a legature più sottili e di forma variabile. Gli artigiani vetrai suoi collaboratori vengono incoraggiati a rendere materiche le esigenze espressive, recuperando e adattando l’antica tecnica medioevale del vetro placcato che sovrappone più lastre dello stesso colore o di toni differenti per ottenere innumerevoli sfumature, giocando anche sul  diverso grado di trasparenza-opacità del vetro. La superficie viene ulteriormente decorata e arricchita con pittura a grisaille e  mediante un trattamento con acido fluoridrico (l’unica sostanza chimica capace di attaccare il vetro!) che incide la superficie in maniera irregolare, così da garantire effetti mutevoli, di straordinaria efficacia.

L’unità spaziale e iconografica della sinagoga scaturisce dal tema delle dodici tribù d’Israele, ispirato alla Benedizione di Giacobbe (Gen 49,1-27) e a quella di Mosè (Dt 33,1-25). I colori delle vetrate evocano le pietre preziose che adornano il pettorale del sommo sacerdote, (Es 28,15-28; 39,8-21), come la corniola, il topazio, lo smeraldo, il turchese, lo zaffiro, l’ametista, l’onice ed il diaspro, intessuti in oro e porpora. Per ciascuna tribù, l’artista ha scelto una tonalità diversa con accostamenti di grande suggestione:  azzurro chiaro per Ruben, blu scuro per Simeone, giallo-oro per Levi (parete Est), rosso scuro per Giuda, rosso chiaro per Zabulon, verde per Issacar (parete Sud), blu per Dan, verde scuro per Gad, verde oliva per Aser (parete Ovest), giallo per Neftali, arancione per Giuseppe, e ancora blu per Beniamino (parete Nord).

Ogni vetrata rappresenta una specie di simbolo araldico della tribù. Un’antica tradizione della Cabala ritiene che le preghiere di Israele giungano alle porte del cielo, dodici in tutto,  e raggiungano Dio attraverso la porta della tribù di appartenenza dell’orante. Le dodici vetrate sarebbero, quindi, altrettante porte, attraverso le quali le preghiere dalla sinagoga di Hadassah salgono a Dio.

La benedizione di Giacobbe di Genesi 49, in origine antichissima collezione di canti e memorie legate a ciascuna tribù, cui si ispireranno anche Mosé in Deuteronomio, e poi Gesù con il suo “testamento” ai Dodici (Gv 13,1–17,26), sottolinea la preminenza di Giuda – quartogenito – sulle altre tribù mostrando, ancora una volta, che nella Bibbia il primogenito non di rado passa in secondo piano. Giacobbe non nega ai figli la benedizione a causa dei loro errori, né “fa finta di niente” ma, partendo da un dato di realtà, spesso problematico, li invita a camminare nella vita accompagnati dallo sguardo benevolo del padre.  Di ogni fratello vengono enfatizzate le peculiarità, come a dire che ciascuno è chiamato a realizzarsi con un percorso personale. Temperamenti differenti, come i luoghi e le regioni della Terra d’Israele che questi figli occuperanno dopo l’esodo. Il verde chiaro della vetrata di Issacar simboleggia la terra di Galilea, il verde oliva di Aser, unito alla simbologia dell’olio, le terre fertili del Nord ricche di uliveti.

Il carattere di ogni figlio tratteggiato dal patriarca viene rappresentato con lo stile e la simbologia tipica di Chagall, in cui, assente la figura umana, volano pesci (Ruben) uccelli (Ruben, Levi, Neftali), e sono raffigurati il serpente (Dan) il toro (Simeone) il cavallo (Simeone, Dan) la capra (Levi), il leone (Giuda), l’asino (Issacar), la cerva (Neftali), il lupo (Beniamino). Si ritrovano inoltre oggetti e simboli della storia e del culto ebraico, come le tavole della Legge (Levi), il candelabro della menorah (Aser), il corno di montone detto shofar, utilizzato in alcune feste religiose, come Rosh haShana e Yom Kippur (Giuseppe, in alto), la stella di Davide (Levi), anche in relazione al ruolo delle diverse tribù nella comunità di Israele. Significativamente, alla sommità di ogni vetrata il nome della tribù è iscritto in lettere ebraiche.

Le parole pronunciate da Chagall all’inaugurazione (6 febbraio 1962) esprimono quello che era, per lui, il compito della vetrata, chiamata a portare all’umanità un messaggio di spiritualità, luce e pace: «E questa, che oggi chiamiamo ‘Arte Sacra’, l’ho creata pensando alle grandi creazioni dei popoli semitici vicini. Voglio così sperare di tendere una mano agli amici della cultura, ai poeti e agli artigiani dei popoli che ci circondano. Ho concluso il cammino di due anni di lavoro per creare le dodici vetrate della Sinagoga di Gerusalemme. Voglio sperare che l’amerete e che essa traboccherà d’armonia così come l’ho sognata».