San Salvatore in Chora, Istanbul
Come già a Santa Sofia di Trebisonda, sul Mar Nero, e a Santa Sofia di Istanbul, anche a San Salvatore in Chora, in turco Kariye Camii o Kariye Müzesi, sempre a Istanbul, dallo scorso mese di maggio è stato ripristinato il culto islamico. L’edificio è uno splendido esempio di architettura bizantina con importanti testimonianze di mosaici ed affreschi tardo bizantini. La chiesa originaria, costruita all’esterno delle mura, risalirebbe al IV secolo e fu oggetto di molteplici ampliamenti e ricostruzioni nei secoli successivi. Una fase cruciale si ebbe nel IV secolo, quando il funzionario bizantino Teodoro Metochite realizzò un ampio programma di ristrutturazione e decorazione della chiesa che fa di essa una testimonianza di bellezza e qualità eccezionale. A questa fase appartengono i mosaici che raffigurano scene bibliche, con episodi della vita di Cristo e della Vergine Maria: nel nartece interno ed esterno i cicli dell’Infanzia di Cristo e della Vergine; nel naós (la chiesa vera e propria) la Dormizione della Vergine, oltre a pannelli con il Cristo e la Theotókos Odighítria). Sempre a questo periodo risalgono gli affreschi nel parekklésion, che raffigurano l’Anastasis, vari episodi legati al Giudizio universale, le scene evangeliche della guarigione della figlia di Giairo e la risurrezione del figlio della vedova di Nain, temi legati alla vita eterna che richiamano la funzione sepolcrale dell’ambiente aggiunto alla chiesa preesistente. Dopo la conquista di Costantinopoli da parte degli Ottomani nel 1453 fu convertita in moschea e le decorazioni vennero coperte da strati di scialbo in conformità alle prescrizioni del culto islamico. A fine anni ‘50 si ebbe la trasformazione in sede museale in seguito all’intervento di restauro del Byzantine Institute of America, iniziato nel 1948 sotto la direzione di Thomas Wittemore, noto studioso dell’arte bizantina che già aveva operato a Santa Sofia a partire dal 1931 dove tra l’altro venne riscoperta la celebre Déesis. Alla sua morte, avvenuta nel 1950, la direzione fu assunta da suo successore Paul Atkins Underwood. Per approfondimenti e documenti originali https://www.doaks.org/resources/online-exhibits/a-truthful-record/history/kariye-camii
Alla bellezza delle testimonianze artistiche si accompagna una profonda intelligenza teologica. L’indicazione stessa di “Chora”, che potrebbe richiamare semplicemente la collocazione vicino alla campagna, viene connotata con maggiore precisione da alcune iscrizioni presenti nell’edificio. Nelle lunette delle due porte che introducono nel naòs, Cristo è chiamato due volte ἡ Χώρα τῶν Ζώντων (hē Chōra tōn Zōntōn), cioé “dimora dei viventi”. La dimora, il luogo dove ciascuno può abitare e trovare riposo (come ricorda l’iscrizione nel naos sul libro aperto accanto all’immagine di Cristo: “Venite a me voi tutti che siete affaticati ed oppressi ed io vi ristorerò”, citazione evangelica da Mt 11,38)
Una rilettura del termine si ritrova, poi, nel mosaico di Maria con il bambino sulla porta di ingresso dell’esonartece, in cui essa viene definita ἡ Χώρα τοῦ Ἀχωρήτου (hē Chōra tou Achōrētou), cioè “Dimora dell’Incontenibile”. Colei che ha dato dimora, grembo al Dio fatto uomo.
Al centro del parekklesion si trova il celebre affresco dell’Anàstasis, la risurrezione, che in Oriente si lega alla discesa di Gesù agli Inferi. Gesù scardina le porte e disperde le chiavi. Il maligno giace a terra legato, ormai sconfitto dalla luce della Pasqua. Gesù prende per mano e solleva Adamo, Eva e le generazioni precedenti a lui.